Fotografia che passione

di Giuseppe Canali

Se ci penso ancora oggi stento a crederci.
Mi arrivò una scatoletta per posta con delle sostanze chimiche da sciogliere in acqua, tre piccole vaschette 13 x 18 cm. ed una pellicola in lastre 10x 15 cm.
Almeno credo di ricordare. Veniva da Torino, Scuola Elettra di Torino.

Ricordo anche che c’era una lampadina giallo verde. Quella rossa me l’avrebbero spedita in un secondo tempo, quando sarei stato in grado di sviluppare da solo la pellicola “ortocromatica ad alto contrasto”. Parole allora per me senza significato.

Ero un ragazzino che non aveva nessuna esperienza della vita e nessuna visione del futuro. La sola ed unica macchina fotografica che avevo maneggiato era una vecchi Agfa 35 mm. Con ottica fissa e mirino telemetrico. Che cosa fosse il telemetro lo appresi solo qualche tempo dopo quando decisi che la fotografia mi piaceva veramente. Mi piaceva scattare le fotografie. Il primo laboratorio era di tipo smontabile e questo stava a significare che io la notte dopo cena, quando tutti in famiglia erano andati a dormire lo montavo nel bagno di servizio di casa e dopo qualche ora passato a giocare con le pellicole e con gli acidi ed ero troppo assonnato per continuare, lo smontavo rimettendo tutto in ordine. Il bagno di servizio per me era diventato più importante del bagno padronale o di tutti i più bei bagni del mondo. Il mio di mondo cominciò a delinearsi proprio da un bagno di servizio.

Diventai bravo e così, dopo aver dimostrato con le mie foto di essere in grado di scattare, sviluppare e stampare in maniera autonoma e bene ebbi il permesso in famiglia di trasformare una parte di uno sgabuzzino nel mio primo laboratorio fisso con tanto di piano di lavoro, lampada rossa e giallo verde ed infine mi fu regalato un vecchio ingranditore Durst da tavolo. Non dovevo a fine lavoro smontare tutto. Fu una grande conquista. L’unico neo del mio nuovo e meraviglioso laboratorio era che non avevo l’acqua corrente, ma un grande secchio di metallo accoglieva le mie foto. L’asciugatura delle foto stampate avveniva all’aria con il dorso poggiato su vecchie pagine di quotidiani. Credo di ricordare che si trattasse di un quotidiano socialista del quale non ricordo il nome. Sicuramente non era un giornale della Democrazia Cristiana, né l’Unità. Fotografavo di tutto, ma in particolare amavo fotografare le persone, i visi in special modo.

Non avevo timore di avvicinarmi e i miei soggetti non erano mai in soggezione con me. Questa predisposizione a rapportarmi con le persone in maniera corretta e professionale mi ha portato ad avere sempre ottimi rapporti con le persone da me fotografate. Mai ho scattato foto a persone a loro insaputa. Deontologia professionale? Forse. Per me era naturale avere un buon rapporto con i miei soggetti. La fotografia era cara e come hobby non potevo permettermelo ed allora cominciai a fotografare e fare ritratti a pagamento riscuotendo un buon successo di critica e di pubblico. Con i soldi della borsa di studio per comprare i libri all’Università di Ingegneria, con il bene placido di mio padre, acquistai la mia prima e vera macchina professionale: Mamiya Press 6 x 9 cm. dal peso di 3 kg. e mezzo.

Quel peso, quando facevo dei servizi fotografici, non mi ha mai dato fastidio. Certo che alla fine dei sevizi fotografici ai matrimoni, la mia spalla destra ed anche quella sinistra, dove poggiava il “flash” professionale da due Kg. si sentiva e come, ma ero sempre felice di scattare foto a persone consenzienti che mi pagavano e pure bene. In seguito mi resi conto dell’importanza di fare i servizi fotografici ai matrimoni come un’ottima scuola a livello professionale. Casualmente, una volta che mi si ruppe il cavetto di sincronizzazione flash, scattai delle foto tenendo l’obiettivo aperto e facendo partire il secondo flash del mio aiutante con lo scatto manuale del mio. Vennero delle foto artistiche meravigliose. Naturalmente non scelte dagli sposi. Avevo usato la tecnica dell’open flash senza nemmeno conoscerla. Lo lessi a distanza di tempo su una rivista specializzata. Durante il militare, nel periodo del CAR mi ero portato nello zaino la vecchia Agfa e con quella, una volta che ebbero scoperto che facevo di mestiere il fotografo ebbi lavoro a non finire. Tutti i militari si volevano far fotografare da me per mandare la loro immagine di soldato a casa o alle fidanzate. Feci, proprio in camerata, tra le risate e lo spasso dei commilitoni le prime foto di nudo maschile. Il sesso lo coprimmo con gli anfibi. Era più maschio!

Trasferitomi al reggimento a Gorizia, feci il salto di qualità. Ero un “ Vasellina” ossia un infermiere. Il magazzino dove si conservavano le medicine divenne, naturalmente il mio laboratorio privato, con il permesso del Maresciallo. Il permesso di usare il magazzino come laboratorio fotografico me lo conquistai con una serie di foto 30 x 40 cm. scattate, stampate e regalate al Maresciallo stesso fatto vestire in pompa magna con tanto di medagliere sul petto. Bellissime foto. Dopo quelle foto al Maresciallo, si aprirono per me e per il mio amico commilitone Giancarlo di Ariccia, geometra infermiere nonché mio agente, le porte del paradiso. Lui mi procacciava i clienti, sempre tra i commilitoni e la sua percentuale erano le cene che gli pagavo al ristorante goriziano dove naturalmente non conoscevano l’uso dell’aglio, ma solo ed esclusivamente cipolle. Cipolle a go gò. Bistecche più grandi dei piatti di buonissima carne Iugoslava. Quella volta che ci arrestarono gli slavi per aver sconfinato, fortunatamente non avevo con me la macchina fotografica.

A Gorizia entrai in contatto con il Gruppo Speleologico Goriziano i cui componenti una volta saputo che ero fotografo mi convinsero a scendere con loro in grotta per poter scattare fotografie. Un periodo stimolante anche se all’inizio la paura era tanta. Si erano affezionati a me per come ero e per come scattavo le foto, al punto tale che mi offrirono un lavoro come fotografo a patto che fossi rimasto a vivere a Gorizia dopo la Naia. Non lo feci perché i miei affetti erano a Roma. Me ne sarei pentito anni dopo, ma questa è un’altra storia.

Tornato a Roma dopo il militare mi impegnai a fare il free lance. Vendevo foto ai giornali e scattavo foto ai matrimoni o a cerimonie ufficiali. Ero sicuramente diventato bravo, ma di questo non me ne facevo un vanto. Per mia ricerca personale fotografavo situazioni particolari. Amavo fotografare i depositi delle macchine negli “sfascia” ossia nei depositi degli auto demolitori. Mi interessavano anche i ritratti di quelli che ci lavoravano con indosso le grosse catene d’oro al collo e tatuaggi da galera. Non avevo timore di quei personaggi, anzi rimanevano sempre soddisfatti delle foto che  regalavo loro dopo aver venduto i servizi ai giornali.

Lavoravo molto con il Messaggero ed ero diventato amico dei grafici. L’anno che iniziai ad insegnare fotografia in una scuola professionale , mi resi conto che il secondo diploma che mi ero preso di Fotografia Artistica come privatista alla scuola d’Arte di Roma, durante la naia, mi era tornato utile per essere inserito nelle graduatorie del Ministero della Pubblica iIstruzione. Ho iniziato ad insegnare fotografia e grafica anche all’Istituto d’Arte di Pomezia.  Ho fotografato di tutto e di più, ma la mia passione erano e saranno sempre i ritratti. Amo fotografare i volti delle persone da vicino fino, in alcuni casi anche con il grandangolo.

Nella mia carriera ho aggiornato per quattro anni gli insegnanti dell’Istituto Statale d’Arte Roma Uno sull’uso di Photoshop ed altri programmi. Poi ci fu il passaggio alla fotografia digitale e tutto cambiò. Le foto non si stampavano più. Il costo di produzione delle foto crollò in maniera incredibile. Non serviva più di stamparle, ma bastava avere delle Card su cui salvarle. Mi chiamarono ad aggiornare 20 fotografi professionisti all’Archivio di Stato di Roma perché dovevano formare una squadra di fotografi pronti all’uso della macchina fotografica professionale digitale di grande formato per creare un’archivio di tutte le mappe più antiche in maniera di non farle più maneggiare per non rovinarle ulteriormente con il contatto fisico. Fui pagato profumatamente come non avrei mai sperato. Ricordo con molta soddisfazione quando feci le foto ad uno Sceicco Arabo e alla sua famiglia alloggiati all’Hilton di Roma.

Lo Sceicco non aveva mai visto i provini a contatto e non capiva che le vere foto sarebbero potute essere stampate della grandezza desiderata. Fortunatamente io portavo sempre con me una lente d’ingrandimento 8 x adatta a visionare proprio i provini. Quando l’interprete spigò allo Sceicco la faccenda, un gran sorriso si stampò sulla sua faccia e mi ordinò talmente tante stampe che al laboratorio dove le portavo a stampare mi chiamavano “l’arabo”. Con i soldi che mi diede lo Sceicco ci campai benissimo per tre mesi.  Naturalmente negli anni lavorai sempre più con Photoshop e con il ritocco fotografico fino a fare i fotomontaggi che ho usato in mostre specifiche di settore.

Una vita per la fotografia.

La fotografia come vita.

Fine